Salone Internazionale delle Polemiche di Torino. Storia di un gattopardismo annunciato

Come ogni anno, il Salone Internazionale del Libro di Torino comincia anche nel 2019 sotto il segno delle polemiche. Se l’anno scorso i riot sono stati i piccoli editori indipendenti, relegati in un’area sgabuzzino, quest’anno il contendere è la partecipazione al Salone di una neonata casa editrice con una linea editoriale e una militanza vicina al movimento politico neofascista Casa Pound, gestita da una persona imputata più volte per aggressioni ed episodi di violenza fascista, che ha acquistato come gli altri editori uno spazio, in cui intende presentare un libro-intervista a Matteo Salvini.

Dopo aver avuto questa notizia, il collettivo artistico Wu Ming ha annunciato la sua rinuncia alla partecipazione con un comunicato stampa (qui il testo completo) in cui spiega nettamente e onestamente le sue ragioni


Noi riteniamo che i fascisti vadano fermati e, metro dopo metro, ricacciati indietro.
Noi riteniamo necessario dare segnali sempre più chiari e forti, come è stato fatto venerdì scorso nella piazza di Forlì.
Noi non abbiamo intenzione di condividere alcuno spazio o cornice coi fascisti. Maiaccanto ai fascisti.
Per questo non andremo al Salone del Libro.

Nonostante il direttore artistico della fiera, Nicola Lagioia, si sia sentito in dovere di pubblicare con un lungo post sul suo profilo Facebook “Alcune precisazioni sul Salone del libro” il ragionare dice in pratica che, nonostante il Salone e il suo comitato editoriale siano dell’idea che “all’apologia del fascismo, all’odio etnico e razziale non debba essere dato spazio nel programma editoriale. Mai. Neanche a ciò che può essere in odore di tutto ciò”, e quindi la presentazione del libro non sia indicata fra gli eventi del programma ufficiale, tuttavia “stiamo parlando di circa 10 mq di stand su 60.000 mq di spazio espositivo, e di nessun incontro nel programma ufficiale su circa 1200 previsti”. Quindi sì, il libro verrà presentato all’interno dello spazio regolarmente acquistato dalla casa editrice. Un colpo al cerchio e uno alla botte.

Dopo i Wu Ming, altri autori hanno ritirato la propria già annunciata e attesa partecipazione. Zerocalcare saluta i suoi lettori con questo post su Facebook:


Ciao, in effetti ho annullato tutti i miei impegni al Salone del libro di Torino, sono pure molto dispiaciuto ma mi è davvero impossibile pensare di rimanere 3 giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale. 

Più che diserzioni, sono gesti di resistenza attiva contro chi ogni giorno “sposta più in là l’asticella del baratro”. Anche Christian Raimo, collaboratore e consulente del Salone, ha annunciato le sue dimissioni dal ruolo ufficiale, e che la sua presenza a Torino sarà in veste personale. Lo storico Carlo Ginzburg sta con Raimo: “Annullo la mia partecipazione. La mia, tengo a sottolinearlo, è una scelta politica, che non ha nulla a che fare con la sfera della legalità”. Molti altri autori hanno invece confermato sui social la loro presenza e la presentazione dei loro libri per rimarcare appartenenza e valori antifascisti.

In realtà, ergere una struttura prevalentemente commerciale come il Salone Internazionale del Libro di Torino a protettrice di alti e nobili valori è errato a prescindere. Il calderone italiano del libro ha sempre avuto al suo interno moltissime voci, generi, tipologie di testo e la presenza di opinioni vicine alla destra nazionalista e antieuropeista hanno sempre avuto i loro pur piccoli spazi. La presenza però di un editore con una linea editoriale così nettamente vicina e favorevole al ventennio fascista non era però mai stata registrata fino a questa edizione.

Puntare il dito su una manifestazione commerciale che indossa il vestito buono di pizzi e cultura non è la soluzione. I gesti forti dovrebbero farli, in questo momento storico, gli editori che si dichiarano antifascisti: non uno alla volta, tutti insieme. Se esiste una Resistenza deve essere unita per davvero. I gesti dei singoli sono simbolici, e pur spinti dalle più nobili intenzioni purtroppo restano grida nel deserto dell’indifferenza e della corsa presenzialista nel salotto buono che da anni contraddistingue gli intellettuali (o pseudotali) del nostro Paese. Sarebbe bello, un giorno, che si disertasse davvero, e in toto, un luogo quando considerato cerchiobottista. Sarebbe bello che si abbandonasse una passerella e si tornasse in strada e nelle piazze, a parlare della bellezza della libertà alla gente che passa. Pochi autori che annunciano il loro fermo (e tutt’altro che scontato) No a stare gomito a gomito con i fascisti hanno creato, nei fatti, una polemica generalizzata e generalista in cui il discorso diventa ampio e vuoto. Centinaia di editori che si dichiarano antifascisti rinunciando al loro stand creerebbero il caos. Decine di autori che rinunciano ai loro incontri avrebbero il loro peso. Come un domino, sarebbero migliaia i lettori a non varcare i cancelli con il loro biglietto, creando una protesta attiva, in modo che una kermesse commerciale che si dice culturale scelga con più forza da che parte stare, senza ipocrisie.

Non succederà, perché in Italia l’Anarchia non viene vista mai di buon grado, nonostante sia una delle forme più alte di resistenza e costruzione di coscienza. Non succederà perché il dialogo fra case editrici rimane sempre in superficie, e non porta mai a una unione di intenti. Perché viviamo fra orticelli e chiudende. Allora non parliamone più, lasciamo che scorra questa edizione e questa polemica, è il solito gioco gattopardesco, in fondo: “Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”.

6 maggio 2019

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