Ninfee nere

Ninfee nere, del giallista francese Michael Bussi, fin dall’incipit ci porta in un mondo che ha i contorni di una fiaba nera.

Tre donne vivevano in un paesino. La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista. Il paese aveva un grazioso nome da giardino: Giverny.

L’introduzione apre il sipario su una tela impressionista, in cui le protagoniste sono tre donne che non possono fuggirne. I colori pastello vischiosi, le ninfee che soffocano il flusso vitale e i turisti che arrivano in continuazione sembrano bloccarle in quel luogo incantato. La prima donna che conosciamo durante la lettura è molto vecchia, una cinica ottuagenaria che ha visto ogni cosa di un delitto: abita in un grande mulino proprio in riva al ruscello dell’omicidio.

Giverny, 13 maggio 2010. Il ruscello che pare dipinto, il ponticello giapponese, le ninfee che danzano sull’acqua. Un paesaggio idilliaco noto in tutto il mondo grazie ai quadri senza tempo di Claude Monet, il cittadino più illustre della città normanna. Questa volta però il rosso non viene da qualche tavolozza di colore accanto alla tela di uno dei tanti turisti e aspiranti pittori che da ogni dove arrivano a Giverny per trovare ispirazione, ma dal cranio sfondato di Jérôme Morval, noto oftalmologo, sposato con Patricia Cheron, collezionista d’arte,
marito infedele e senza figli.

Nei tredici giorni in cui si svolge il romanzo, fra indagini ed excursus sulla storia dell’impressionismo e della vita di Claude Monet, impariamo a conoscere le altre due protagoniste dell’incipit: la prima è una bambina di undici anni, Fanette Morelle, che ama passare il tempo a dipingere nei gialli campi di grano che circondano la cittadina, la seconda è Stéphanie Dupain, la maestra dagli occhi color malva di cui si innamora perdutamente perfino l’ispettore Sérénac.

Il tempo è scandito da una doppia narrazione, quella della vecchina che confessa subito al lettore di voler “diventare un testimone, in questo caso”, un’osservatrice muta delle indagini, e quella delle indagini stesse, in cui l’ispettore e il suo fidato vice Sylvio Bènavides si arrovellano per dipanare la matassa e arrivare a trovare un colpevole e un movente all’omicidio dell’oftalmologo. Pagina dopo pagina nuovi tasselli si aggiungono alla storia: un incidente avvenuto nel 1937 in cui Albert Rosalba, un bambino di appena undici anni, perse la vita sulle sponde dello stesso ruscello dipinto tante volte da Monet; cinque fotografie che ritraggono il signor Morval in atteggiamenti più o meno sessuali con altrettante donne, nessuna delle quali è la sua consorte; l’eterno ritorno nelle indagini della Fondazione Robinson, che si occupa di scouting e promozione di giovani artisti.

Fra le parti più interessanti del libro vi sono i continui riferimenti all’uomo delle ninfee, il pittore Claude Monet. Bussi è più abile nel costruire un mosaico di indizi per il suo giallo che a caratterizzare i personaggi, che rimangono pennellati in maniera sfocata – come in un quadro impressionista. Il cuore del libro è più sentimentale che investigativo e racconta di amori che si intrecciano, si perdono e ritornano fino alla pennellata finale, in cui la fiaba nera trova la sua fine: “A mai più, per sempre”.

Una piccola curiosità per lettori-viaggiatori: oggi la casa di Monet a Giverny, nota come Maison Bleue, si è trasformata in un B&B in cui pernottare e assaporare tutti gli angoli di natura che hanno ispirato le tele impressioniste del pittore francese, compreso il famoso giardino fiorito con il ponte sul laghetto delle ninfee.

Ninfee nere
Michael Bussi
traduzione di: Alberto Bracci Testasecca
Romanzo Thriller
E/O
2016

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