Gli inchiostri nell’arte amanuense

Il colore aveva già presso gli egizi una valenza magica, caratteristica che è rimasta legata per millenni alla storia e all’uso del colore anche nella storia del libro. Anche in epoca medioevale il procedimento per la realizzazione di alcuni inchiostri era associato alla magia nera e all’alchimia. I pigmenti, le particelle che si imprimono su un supporto creando un contrasto cromatico, sono stati oggetto di sperimentazioni e miglioramenti continui nella durata e nella luminosità, e le formule per la preparazione degli inchiostri sono rimaste spesso nascoste, privilegio e strumento di potere per chi che ne conosceva i segreti.

I colori hanno avuto sempre un significato che è andato oltre l’aspetto visivo, verso il simbolismo e l’allegoria. Per citare qualche esempio, in epoca medioevale il colore più prezioso era il rosso, regale e legato al potere religioso, il nero indicava la moralità e l’integrità, il verde l’estetica e l’amore.
I geroglifici erano scritti con inchiostri differenti non solo per finalità estetiche, ma anche rituali. Il nero, ottenuto dalla miscela di residui di carbone e oli vegetali, veniva usato per imprimere sul papiro il testo vero e proprio, mentre l’inchiostro rosso, ottenuto con una miscela di ocra, acqua e colla resinosa, era utilizzato per le rubriche e per sottolineare certi passaggi, spesso i titoli e l’incipit. Il rosso e il nero non erano gli unici colori dei papiri, le illustrazioni egizie sono impreziosite da particolari bianchi, azzurri, gialli e verdi, ricavati stemperando nell’acqua polveri di vegetali, animali o minerali e metalli come l’azzurrite o i lapislazzuli per il blu, il carbonato di calcio o il gesso per il bianco, l’ocra gialla o la massicotite per il giallo e la malachite (o anche il vetriolo) per il verde: ogni colore aveva un significato simbolico legato alle divinità e alla natura.

Ai fenici è universalmente attribuita l’invenzione dell’inchiostro di porpora, ottenuto dalla lavorazione della polvere di una specie di mollusco marino, utilizzata in epoca successiva in Grecia e a Roma, che continuarono a utilizzare in prevalenza inchiostri a base organica.
L’oro e l’argento rivestivano le edizioni più lussuose, e il loro uso si ritrova in diverse culture orientali e occidentali, soprattutto per i testi sacri e religiosi. La colorazione si otteneva mescolando polvere d’oro e sali d’argento alla gomma ammoniaca o ad altri addensanti naturali come l’albume d’uovo o il gesso, in modo che i metalli aderissero saldamente al foglio. In epoca medievale, i codices più preziosi venivano redatti con inchiostri d’oro e d’argento impressi su pergamena fine e tinta con il rosso porpora, estratto anch’esso dal mollusco di fenicia memoria. La porpora era considerata preziosa anche per la lunga preparazione necessaria affinché la tinta estratta fosse adatta per la pergamena: per ottenere un solo grammo di porpora era necessario raccogliere diverse migliaia di esemplari del mollusco. Proprio la difficoltà di realizzazione portò i miniatori ad abbandonare l’inchiostro di origine animale per altre tipologie di origine vegetale, come l’oricello e la luza.

Più complessa è la preparazione dell’inchiostro ferro-gallico, che dal III secolo d.C diverrà il pigmento maggiormente utilizzato lungo tutto il medioevo, ottenuto dall’estrazione dell’acido gallo-tannico dalle noci di galla o altre fonti naturali di tannini, macerate nell’acqua o nel vino, cui sono in seguito aggiunti vetriolo e un addensante[17]. Rispetto ai colori di natura vegetale, come il nerofumo, l’inchiostro ferro gallico subisce un’ossidazione maggiore, per questo motivo molti manoscritti presentano scritture che vertono al marrone più o meno scuro a seconda della reazione che il ferro subisce con agenti esterni o talvolta con il supporto su cui viene utilizzato l’inchiostro.
Il medioevo è l’epoca in cui prevale l’uso del minium, inchiostro rosso ricavato dall’omonimo ossido salino di piombo e utilizzato per impreziosire i capolettera in apertura del capitolo e ornare i codici. Il pigmento rosso veniva estratto anche dalla lavorazione del cinabro (solfuro di mercurio) oppure da una resina di palma, dalla quale si otteneva il purpureo “sangue di drago”.

Purtroppo, i procedimenti per la preparazione di inchiostri hanno una bibliografia piuttosto esigua, l’arte del colore e le tecniche di realizzazione dei manoscritti sono state a lungo usate come strumento di potere, e i monaci amanuensi hanno custodito gelosamente le formule degli inchiostri usati nella copiatura dei codici miniati. Un testo che rivela in parte questi segreti è il manoscritto in latino De Arte illuminandi, di cui l’unica copia originale (e incompleta) è conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli, scritto nel XIV secolo da un anonimo miniatore, nel quale si ritrovano l’arte e la tecnica della miniatura, dalla preparazione dei colori alle tecniche per applicarli. Una nuova fonte è stata ritrovata in anni recenti, comprensiva di titolo (Libellus ad faciendum colores dandos in carta) e catalogato come ms. S 57 nell’Archivio di Stato dell’Aquila. Di quest’ultimo volume esiste anche una curata edizione critica curata dalla professoressa Cristiana Pasqualetti.

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